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Cosa succede davvero nella sfera intima della coppia (e perché non è una questione di tecnica)
Arrivano in studio sempre più o meno con la stessa frase. "Ci vogliamo bene, ma non ci desideriamo più." Oppure: "Stiamo insieme come fratelli." Oppure, più raramente ma con voce più sottile: "Non mi sento ascoltato. Non mi sento vista."
La domanda esplicita è quasi sempre la stessa: cosa possiamo fare per ritrovare il desiderio? La risposta che, in base alla mia esperienza, mi trovo a dare è un'altra: il desiderio non è un sintomo isolato. È la spia di qualcos'altro che si è mosso, o che non si è mai veramente mosso, dentro la relazione.
In questo articolo provo a raccontare cosa scopro quasi sempre, sotto la superficie. Senza promesse, senza tecniche miracolose. Con una posizione precisa.
Sotto il calo di desiderio c'è (quasi) sempre la routine
La prima cosa che noto, nella maggior parte delle coppie che arrivano per questo tema, è la routine. Non come stile di vita, ma come anestesia. Le giornate riempite di cose da fare, gli orari che si incastrano a fatica, i figli, le scadenze, la stanchezza di sera. In tutto questo, l'intimità diventa un'altra voce della lista, e la lista non finisce mai.
Sotto la routine, però, ci sono altre cose. Ci sono conflitti mai risolti che si sono sedimentati nel silenzio. C'è la stanchezza accumulata di chi si sente sempre a tirare il carro. Ci sono traumi che uno dei due porta dentro da prima della relazione e che, in certi momenti della vita, riemergono. C'è il bisogno di libertà che arriva con i cambi di fase, soprattutto quando si avvicinano i quaranta o i cinquanta. E c'è, più spesso di tutto, una cosa semplice che le coppie smettono di fare prima di smettere di desiderarsi: ascoltarsi davvero.
Il calo di desiderio è quasi sempre un effetto. La causa è altrove.
Non mi sento visto, non mi sento vista
Questa frase la sento tornare con frequenza inquietante, in coppie diversissime tra loro. Persone di età, storia, professione, orientamento differenti, che usano quasi le stesse parole. Non mi sento ascoltato. Non mi sento capita. Non mi sento vista.
È una frase che non ha genere. È il punto cieco delle relazioni lunghe: si smette di vedersi proprio mentre si continua a stare vicino. Si conosce l'altro così bene da credere di sapere già cosa pensa, cosa vuole, cosa proverà. E in quella illusione di conoscenza, si smette di guardare.
Il desiderio, in fondo, è anche questo: vedere l'altro come ancora capace di sorprenderti. Quando smetti di vederlo, smetti anche di volerlo.
Il malinteso culturale: la famiglia del Mulino Bianco
C'è un'immagine che da decenni ci viene proposta come modello implicito di vita affettiva. Una coppia serena, una casa luminosa, figli sorridenti, colazioni che si guardano, cene che funzionano. È l'idea della famiglia "del Mulino Bianco", costruita sui marketing degli anni Ottanta e mai davvero abbandonata.
Il problema non è il modello in sé. Il problema è che molte persone passano la vita a inseguirlo invece di costruire la propria. Cercano un modo di stare in coppia che non gli appartiene, che hanno visto da bambini in pubblicità, in casa di amici, nei film, sui social. E quando la realtà non corrisponde, pensano che ci sia qualcosa di sbagliato in loro, nel partner, nella relazione.
Mi rattrista vederlo. Non si vive la propria vita: si insegue una vita che non si è scelta. La coppia, la famiglia, le relazioni non sono contratti firmati una volta per sempre. Sono impegni quotidiani, che richiedono una cura attiva. Il desiderio, dentro una relazione, non si garantisce con un certificato di matrimonio. Si rinnova, oppure muore lentamente.
Quando vengono per dimostrare a "loro" che ci tengono
Una cosa che ho imparato nel tempo è riconoscere le coppie che arrivano in studio non per cambiare davvero, ma per dimostrare a se stessi che ci hanno provato. Vengono perché un'amica ha consigliato il counseling, perché lo psicologo del figlio l'ha suggerito, perché un genitore ha insistito. Vengono per essere a posto con la propria coscienza, in caso le cose finiscano.
Lo riconosco da come si raccontano. Hanno difficoltà a dirsi le cose davvero, in mia presenza. A volte litigano apertamente. A volte si trattengono in modo innaturale. Manca la sincerità. Manca la disponibilità ad ammettere che, dentro, uno dei due (o entrambi) sente già che la strada finisce qui.
In questi casi io non posso fare miracoli, e non li voglio fare. Posso fare da specchio, posso porre domande aperte, posso aiutare a portare alla luce ciò che si tace. Ma non posso influenzare la scelta, non posso convincere a restare chi sente il bisogno di andare. Non è possibile cercare di stare insieme se uno dei due sente il bisogno profondo di libertà. A volte il counseling non serve a salvare la relazione, ma a separarsi senza distruggersi a vicenda.
Cosa succede quando il lavoro funziona
Per le coppie in cui invece c'è ancora una possibilità di movimento — e non si capisce dal primo colloquio, ma si intuisce nelle prime due o tre sessioni ravvicinate — il lavoro che propongo è semplice nei principi e complesso nell'esecuzione.
Non insegno tecniche, non distribuisco esercizi prestazionali. Aiuto le coppie a ricominciare a parlarsi. A dire cose che non si dicono da anni. A fermarsi su un dettaglio invece di scivolare sopra. A nominare ciò che si è anestetizzato.
Quello che vedo cambiare, quando il lavoro funziona, è di solito qualcosa di piccolo:
- tornano a parlarsi prima di dormire, anche solo cinque minuti
- smettono di evitarsi sul divano la sera
- riprendono a guardarsi davvero, anche solo per qualche secondo, mentre uno dei due racconta qualcosa
- il corpo dell'altro smette di essere un corpo familiare e diventa di nuovo, ogni tanto, un corpo che si nota
Non sono trasformazioni spettacolari. Sono micro-cambiamenti che, sommati, possono riaprire uno spazio che sembrava chiuso. I percorsi con me non hanno una durata standard, ma definita in base ai bisogni della coppia. Quando il lavoro è fatto, le coppie tornano alla loro vita. Cosa succede dopo, nel lungo periodo, dipende solo da loro: dalla cura quotidiana che decideranno di darsi.
Se stai leggendo da solo
Spesso uno dei due partner sente prima dell'altro che qualcosa va affrontato. È quasi sempre la persona che ha aperto questo articolo, magari di sera, magari di nascosto, mentre l'altro dorme nella stanza accanto.
Se è così per te, il mio consiglio è questo: vieni in studio prima da solo, senza il partner. Ti serve uno spazio per fare chiarezza sui tuoi bisogni, prima di portare il lavoro nella coppia. Capire cosa vuoi, cosa stai sopportando, cosa hai paura di dire, cosa desideri davvero. Da soli si vede meglio. La coppia si può portare dopo, quando hai trovato il filo del tuo discorso.
A volte basta iniziare per cominciare a vedere più chiaro.
Il primo passo
Se hai riconosciuto qualcosa di tuo in queste righe, possiamo parlarne in un primo colloquio gratuito di 30 minuti, in studio a Lugano o online. Non serve avere già le idee chiare. Basta il desiderio di averle un po' più chiare di adesso.
