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Mal di testa ricorrenti, sonno che non riposa, irritabilità improvvisa: spesso non sono malesseri isolati ma un linguaggio che il corpo usa quando la mente non riesce ad ascoltarsi. Riconoscerli in tempo cambia molto.
Tempo fa, in una delle prime sedute di un percorso di counseling, una persona mi disse una frase che da allora mi è rimasta. "Sono mesi che mi sveglio alle quattro del mattino e non riesco più a riprendere sonno. Pensavo fosse colpa del caffè. Poi ho smesso il caffè, e mi sveglio uguale."
Non era il caffè. Non lo era da molto tempo. Era il corpo che provava a dire qualcosa che la mente, di giorno, non aveva tempo o disponibilità di ascoltare.
Negli anni di lavoro in studio, ho visto questo schema ripetersi con piccole variazioni in storie molto diverse tra loro. Un manager che aveva sviluppato una colite cronica nei mesi più intensi del lavoro. Una madre che si svegliava ogni notte con l'ansia, anche dopo che i figli erano cresciuti. Un giovane professionista con un mal di testa che nessun farmaco riusciva a calmare. Persone diverse, lavori diversi, vite diverse. Lo stesso meccanismo sotto.
Una lingua che non ci hanno insegnato
Cresciamo imparando a parlare con le parole. A scrivere, a discutere, a esprimerci. Non ci viene insegnato che il corpo ha una sua lingua, e che la usa costantemente per comunicare con noi.
Questa lingua è fatta di sensazioni, non di concetti. Una tensione nelle spalle, un nodo allo stomaco, un'irrequietezza che non si calma, una stanchezza che il sonno non scioglie. Sono frasi del corpo. Ma non avendo imparato a leggerle, ci limitiamo a registrarle come "fastidi", e cerchiamo soluzioni tecniche: una crema, un farmaco, una ginnastica.
A volte le soluzioni tecniche bastano. Spesso non bastano. Quando il sintomo torna, e poi torna ancora, e poi cambia forma — passa dalla cervicale all'insonnia, dall'insonnia al disturbo digestivo — vuol dire che il messaggio è più profondo di quello che pensavamo.
Il corpo come ultimo messaggero
C'è una sequenza che osservo spesso nelle persone che incontro. Funziona così.
Prima viene un pensiero, magari di disagio. Lo zittiamo. "Non è il momento di pensarci ora, ho da fare."
Poi viene un'emozione, magari fastidiosa. La razionalizziamo. "Non è niente di importante, passerà."
Solo dopo, quando il pensiero è stato ignorato e l'emozione razionalizzata, il corpo prende la parola. E lo fa con il mezzo che gli rimane: il sintomo. È l'ultimo messaggero, quello che parla quando i primi due sono stati cacciati.
Capisco perché lo facciamo. Viviamo in una cultura che premia chi non si ferma, chi tira dritto, chi non si lascia rallentare dalle proprie sensazioni. "Sii forte", "Non lamentarti", "Non c'è tempo per queste cose" sono frasi che molti di noi si sono sentiti ripetere fin da bambini. Le abbiamo interiorizzate al punto che le ripetiamo a noi stessi, ogni giorno, senza accorgercene.
Il problema è che il corpo non condivide questa cultura. Il corpo non ha imparato a tirare dritto. Quando qualcosa non va, lo dice. E se non lo ascoltiamo abbastanza a lungo, lo dice più forte.
Cosa significa "ascoltare il corpo", nella pratica
Spesso, quando dico ai miei clienti "prova ad ascoltare il tuo corpo", la prima reazione è uno sguardo perplesso. "Cosa intendi, esattamente?"
Intendo qualcosa di molto semplice e di molto difficile, allo stesso tempo.
Significa fermarsi qualche secondo durante la giornata e chiedersi: come sto, in questo momento, nel corpo? Non come sto in generale. Non come è andata la giornata. Come sto, fisicamente, ora. C'è tensione da qualche parte? Il respiro è libero o trattenuto? Le spalle sono giù o salite? Lo stomaco è quieto o agitato?
Non serve fare nulla con queste informazioni. Solo notarle. Già il semplice atto di notare cambia qualcosa. Le sensazioni che non vengono ignorate non hanno bisogno di salire di volume per farsi sentire.
Significa anche imparare a tradurre queste sensazioni in parole. Non "sto male", che è troppo generico. Ma "ho una tensione qui, alla base del collo, come se stessi tenendo qualcosa". Oppure "sento un peso sullo sterno, come se respirassi a metà". La traduzione è importante perché aiuta il pensiero a riconnettersi con il corpo, invece di lasciarlo da solo a portare il peso.
Perché il momento giusto è prima
C'è una cosa che dico spesso, quando le persone arrivano in studio con sintomi già strutturati: avresti potuto venire un anno fa, magari con un disagio molto più piccolo, e il lavoro sarebbe stato molto più semplice.
Non lo dico per colpevolizzare. Lo dico perché è vero. Il corpo non passa dal silenzio al sintomo grave in un giorno solo. Manda segnali per mesi, a volte per anni. Sono segnali piccoli, gestibili, riconoscibili. Quando vengono raccolti in tempo, basta poco per ricalibrare. Quando vengono ignorati, il corpo aumenta gradualmente l'intensità, finché non diventa impossibile non sentire.
Per questo il momento giusto per ascoltare è sempre adesso. Non quando il corpo griderà, ma quando sta ancora parlando a voce normale.
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Una nota finale: ascoltare non è patologizzare
C'è un equivoco diffuso che vale la pena chiarire. Ascoltare il proprio corpo non significa diventare ipocondriaci, né leggere ogni sensazione come sintomo di qualcosa di grave. Anzi, è l'opposto.
Chi non ascolta il proprio corpo è proprio chi finisce per averne paura. Perché quando il corpo viene tenuto a distanza per troppo tempo, ogni sua manifestazione diventa allarmante, sconosciuta, minacciosa.
Chi ha imparato ad ascoltare, invece, sa distinguere. Sa riconoscere quando un mal di testa è semplicemente la stanchezza del giorno, e quando invece è il quarto della settimana, e qualcosa sta succedendo che merita attenzione. Sa quando un'irritazione è una reazione momentanea, e quando è un segnale più profondo. Sa quando dormire male è una notte storta, e quando invece è un pattern che va capito.
L'ascolto, quando diventa abitudine, restituisce serenità. Non perché tolga i sintomi, ma perché li trasforma da minaccia in informazione.
Per chi si sta riconoscendo in qualcosa
Se mentre leggevi questo articolo hai riconosciuto qualcosa di te, un sintomo che ti accompagna da troppo, una sensazione che continui a rimandare, un fastidio che torna sempre, vorrei dirti due cose.
La prima è che non sei solo. Quasi tutte le persone che incontro in studio hanno avuto un periodo in cui sapevano di dover ascoltarsi e non lo facevano. È umano. Fa parte della fatica di stare al mondo.
La seconda è che ascoltare non è una cosa che si può imparare leggendo. Si impara facendolo, e a volte si impara meglio in compagnia di qualcuno che lo fa con noi. Un colloquio di counseling può essere uno spazio dove provare ad ascoltarsi senza fretta, e capire cosa il corpo sta cercando di dire.
Se vorrai, io ci sono.

