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La mindfulness funziona davvero se accompagnata in una relazione di ascolto.
Negli ultimi anni la mindfulness è diventata una parola da quotidiano. La trovi nelle pubblicità, nei corsi aziendali, nelle app che ti promettono dieci minuti al giorno per cambiare la vita. È un bene che il tema sia uscito dai monasteri e dai libri specialistici. È un male, però, che si sia trasformato in un prodotto da consumare in autonomia, come se bastasse premere "play" per essere presenti a se stessi.
Lo vedo nello studio quasi ogni settimana.
Le persone che meditano e restano tese
Mi è capitato più volte di incontrare persone che meditavano da anni, sistematicamente, convinte di praticare bene. Erano in regola con la routine: tappetino, sottofondo musicale, app, dieci minuti al mattino, dieci alla sera. Eppure erano tra le più tese e stressate che avessi davanti.
La cosa interessante è che non se ne rendevano conto. Erano convinte di essere rilassate. La pratica si era trasformata in un'altra cosa da fare, un'altra performance da portare a termine, un altro indicatore di "buon comportamento personale". Si meditava per dimostrare a se stessi di essere persone consapevoli, non per fare l'esperienza della consapevolezza.
Questo è il primo malinteso che vorrei smontare.
La consapevolezza non è una tecnica di rilassamento
La mindfulness, nelle sue radici autentiche, non è uno strumento per stare meglio. È un modo per stare presenti, anche quando si sta male. È una capacità di sentire ciò che accade dentro e fuori di noi, senza fuggirlo, senza giudicarlo, senza forzarlo a essere diverso.
Tradurla in promessa di benessere immediato la svuota. La rende un'ennesima tecnica di evitamento travestita da pratica spirituale. E la fa fallire proprio nelle persone che ne avrebbero più bisogno: quelle che vivono in apnea emotiva, che hanno perso il contatto con il proprio corpo, che hanno passato anni ad anestetizzare ciò che sentivano per riuscire a funzionare.
A queste persone non serve sedersi su un tappetino e respirare per dieci minuti. Serve qualcuno che le accompagni a riconoscere quello che si muove sotto la superficie. E quel qualcuno, da soli, spesso non ce l'abbiamo.
Cosa manca quando si medita da soli
Quando una persona medita in autonomia, di solito succede una di queste due cose. Nel migliore dei casi raggiunge uno stato di calma temporaneo, che svanisce non appena rientra nella vita reale. Nel peggiore, comincia a sentire emozioni intense come rabbia, tristezza, paura, vuoto, e non sa cosa farne. Le rimanda indietro, le chiama "distrazioni", torna al respiro, e si dice che deve solo praticare di più.
Quello che la pratica solitaria non offre è uno spazio relazionale dove queste emozioni possano essere viste, accolte, comprese. La mindfulness aperta in solitudine può diventare un ottimo strumento per chi è già in equilibrio. Per chi non lo è, può trasformarsi in un nuovo modo di non sentire, mascherato da pratica.
Aggiungo una cosa che mi sta a cuore: la rigidità di certi protocolli, quando vengono presentati come unica via, scoraggia molte persone. Chi non riesce a meditare ogni giorno per il tempo richiesto si sente sbagliato. Chi non sente i benefici promessi pensa di non aver capito. Si entra in quei "pensieri magici" per cui se la formula non funziona la colpa è tua, non della formula. Da counselor, non posso accettare che una pratica nata per liberare diventi una nuova fonte di senso di colpa.
Cosa cambia dentro una relazione di ascolto
Nello studio, quando combino counseling e mindfulness, lavoro in un altro modo. La meditazione non è un compito da assegnare uguale per tutti. È uno strumento che propongo dopo aver capito chi ho davanti.
Per alcune persone la pratica formale è perfetta. Per altre, soprattutto chi arriva con storie di trauma, ansia acuta o forte dissociazione, sedersi a osservare il respiro può essere controproducente: peggiora il malessere invece di alleviarlo. A loro propongo esercizi di respirazione mirati, ancorati al corpo e al momento, costruiti sul loro vissuto. Per altre ancora la mindfulness arriva più tardi, quando la relazione di counseling ha già aperto uno spazio interno dove la pratica può finalmente essere ricevuta.
Quando mindfulness e counseling lavorano insieme, succede qualcosa che da soli non succede. La persona impara a sentire le emozioni in profondità, ma con qualcuno accanto che la aiuta a dare loro un nome, a comprenderne l'origine, a renderle consapevoli. È in quel momento che si apre la possibilità del cambiamento. Non perché la meditazione "funzioni" finalmente, ma perché la consapevolezza ha trovato un contesto in cui può fare il suo lavoro.
Da solo, con un'app, questo passaggio è quasi impossibile.
Il protocollo non è la pratica
So bene cosa contiene il protocollo MBSR. L'ho studiato come istruttore di mindfulness, lo conosco nelle sue otto settimane standard, e lo considero un percorso valido. È stato fondamentale per portare la mindfulness fuori dai contesti contemplativi e farla entrare negli ospedali, nelle università, nelle aziende.
Ma la sua forza è anche il suo limite: è meccanico. Tratta tutte le persone allo stesso modo. Funziona bene per chi si adatta facilmente, funziona meno per chi avrebbe bisogno di essere visto come singolo individuo. Per questo nel mio studio non lo propongo nella sua forma standard. Costruisco percorsi su misura, in cui la meditazione si intreccia con il counseling, e in cui la persona regola la pratica sul proprio modo di stare. Senza obblighi, senza prestazioni. C'è solo il modo che funziona per te, in questo momento della tua vita.
Se ti sei arenato, non sei tu il problema.
Se hai provato la meditazione e ti sei sentito sbagliato perché non ci riuscivi, è probabile che ti sia mancato il contesto giusto..
La consapevolezza è un'esperienza profondamente umana, e come tutte le cose umane si apre meglio in relazione. Non puoi imparare ad ascoltarti se non ti senti mai ascoltato davvero. Non puoi imparare a sentire le tue emozioni se hai difficoltà a riconoscerle. La pratica solitaria viene dopo, non prima, di un'esperienza relazionale che ti restituisca quel linguaggio.
Se vuoi provare ad avvicinarti alla mindfulness con un accompagnamento, possiamo parlarne in un primo colloquio gratuito di 30 minuti. Oppure puoi cominciare con la meditazione guidata gratuita di 10 minuti che ho registrato per chi vuole sperimentare in autonomia, prima di decidere se fare un passo in più.
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