Scarica la guida gratuita "Oltre il Conflitto" Scarica la guida gratuita
Fai il test burnout gratuito Inizia il test burnout
Fai il test ansia e stress gratuito Inizia il test ansia e stress
Ricevi la meditazione guidata gratuita di 10 minuti Ricevi la meditazione

Genitori e figli: difficoltà a comunicare nella vita di tutti i giorni
Quando ti sembra di parlare al vento, il problema non è quanto dici. È come stai ascoltando.
La scena che molti genitori conoscono
"Ho provato di tutto. Gli parlo, gli faccio le domande giuste, gli spiego le cose con calma. Mi risponde a monosillabi, oppure non mi risponde proprio. Sembra che io non esista."
Questa frase, con piccole varianti, torna spesso nei colloqui in studio. Genitori attenti, presenti, che si sono informati, che hanno letto libri, che ci tengono davvero. Eppure si trovano davanti a una porta chiusa.
La sensazione è di solitudine. Si finisce per pensare che il problema sia il figlio, l'adolescenza, il telefono, la scuola, gli amici. A volte è davvero così. Molto più spesso, quello che blocca la comunicazione è qualcosa di più sottile. E riguarda noi.
Comunicare non significa parlare di più
C'è un equivoco diffuso: si pensa che comunicare bene voglia dire trovare le parole giuste, dire le cose nel modo corretto, spiegarsi meglio. Così si parla, si argomenta, si insiste, si chiarisce, si torna sull'argomento.
E quanto più si parla, tanto più l'altro si chiude.
Comunicare non è una questione di volume, né di tecnica verbale. È creare uno spazio in cui l'altro possa parlare ed essere ascoltato davvero. Per questo, prima ancora di imparare a dire, occorre imparare ad ascoltare. L'ascolto non è il tempo morto in cui aspettiamo il nostro turno per rispondere. È la condizione che rende possibile la comunicazione.
Quando un figlio sente che lo stai ascoltando, comincia a parlare. Quando sente che stai aspettando il momento giusto per giudicare, consigliare o correggere, smette.
Le dodici barriere che chiudono la porta
Lo psicologo americano Thomas Gordon, nel suo lavoro sulla comunicazione genitori-figli, ha individuato dodici risposte tipiche che, pur con le migliori intenzioni, bloccano il dialogo. Le riconoscerai.
Ordinare: "Vai subito a fare i compiti."
Minacciare: "Se continui così, ti tolgo il telefono."
Moralizzare: "Dovresti capire che..."
Consigliare: "Se fossi in te farei così."
Argomentare: "Te lo spiego: il motivo è che..."
Giudicare: "Sei pigro, sei svogliato."
Lodare in modo strumentale: "Bravo, finalmente."
Etichettare: "Sei sempre il solito."
Interpretare: "Lo fai perché sei geloso di tuo fratello."
Consolare in modo superficiale: "Vedrai che passa."
Interrogare: "Perché? Con chi? Quando? Dove?"
Distrarre: "Dai, parliamo di altro."
Letta tutta insieme, la lista è impressionante. Quante volte al giorno usiamo una di queste modalità? E quasi sempre con la convinzione di stare facendo il nostro lavoro di genitori, di stare educando, di stare aiutando.
Il problema è che il figlio, dall'altra parte, non riceve aiuto. Riceve un giudizio, un'interrogazione, una soluzione che non ha chiesto. E si chiude.
Perché lo facciamo? Le voci che ci abitano
Se queste modalità chiudono la comunicazione, perché continuiamo a usarle? Perché sono profondamente automatiche. Non nascono dalla volontà razionale, nascono da voci interne che si attivano nei momenti di tensione e prendono il comando.
Nel lavoro di counseling chiamo questo Il Pubblico Interiore: l'insieme di voci che ci abitano, ognuna con la sua funzione, la sua storia, la sua urgenza.
C'è il genitore ansioso, che ha paura e quando ha paura controlla, interroga, mette in guardia.
C'è il genitore responsabile, che teme di non fare abbastanza e quindi consiglia, spiega, argomenta in continuazione.
C'è il genitore che a sua volta non si è sentito ascoltato da bambino, e ora non sa cosa significhi davvero ascoltare.
C'è il genitore stanco, che non ha tempo e taglia corto con un ordine o una soluzione veloce.
Ognuna di queste voci ha una sua ragione. Nessuna è sbagliata. Il problema è quando una di loro prende il microfono e parla al posto nostro, senza che ce ne accorgiamo. In quel momento non siamo davvero presenti nel dialogo. Stiamo eseguendo uno schema.
Riconoscere chi sta parlando dentro di noi è il primo passo per recuperare la possibilità di scegliere.
L'ascolto non è una tecnica, è una postura
Qui arriviamo al cuore della questione. Si può imparare a non giudicare, a non interrompere, a fare domande aperte. Ma se l'ascolto resta una tecnica applicata dall'esterno, il figlio se ne accorge subito. I bambini e i ragazzi sentono la differenza tra un genitore che li ascolta davvero e uno che sta provando a usare il metodo letto in un libro.
Ascoltare davvero richiede tre condizioni concrete.
Un tempo dedicato. Non si comunica bene mentre si guarda il telefono, mentre si cucina, mentre si guida nel traffico. Il tempo dell'ascolto è un tempo che si crea, anche breve, ma intero. Bastano dieci minuti veri al giorno, in cui non si fa altro. Sono molto di più di un'ora distratta.
Un buon momento, per entrambi. Se uno dei due è arrabbiato, stanco, di fretta, qualunque tentativo di parlare produce un non-ascolto e una non-risposta. Riconoscere quando non è il momento è un atto di cura, non un'evasione. Si può dire: "Adesso non riesco ad ascoltarti come vorrei, possiamo parlarne stasera?" Questa frase, detta senza fastidio, insegna molto più di mille discussioni sbagliate.
Una presenza che non chiede nulla. L'ascolto autentico non vuole risolvere, non vuole correggere, non vuole arrivare da qualche parte. Resta con quello che l'altro dice, lo accoglie, lo riconosce. Solo dopo, se serve, arriva la risposta. Spesso non serve nemmeno: il figlio aveva solo bisogno di essere ascoltato.
Quando queste tre condizioni ci sono, qualcosa si sblocca. Anche un adolescente che non parla da settimane comincia, lentamente, ad aprire una crepa nella porta.
Quando il dialogo si è interrotto da tempo
Se in casa la comunicazione è bloccata da mesi o da anni, non basta cambiare un comportamento per risolverla. Le voci interne si sono sedimentate da entrambe le parti. Il figlio ha imparato a non aspettarsi ascolto. Il genitore ha imparato che parlare non serve.
In questi casi, fare il primo passo è difficile da soli. Non perché manchi la volontà, ma perché non si vede ciò che si è dentro. Ci si muove dentro schemi che si ripetono senza riconoscerne l'origine.
Un percorso di counseling può servire proprio a questo: creare uno spazio in cui il genitore può fermarsi, riconoscere le proprie voci interne, capire cosa si attiva nei momenti di tensione, e cominciare a comunicare in modo diverso. Non è una scuola di tecniche. È un lavoro su di sé, che poi si riflette naturalmente nella relazione con i figli.
A volte, quando un genitore cambia il modo di ascoltare, anche il figlio cambia il modo di parlare. Non sempre, non subito, ma succede. Perché la comunicazione è un sistema, e quando si sposta un nodo, si sposta tutto il resto.
Se ti riconosci in quanto descritto, se senti che a casa parlare è diventato faticoso e spesso inutile, sappi che non è un problema di buona volontà. È un problema di ascolto, e l'ascolto si può ricostruire.
Nel mio studio a Lugano accolgo genitori che vogliono comprendere meglio cosa accade nelle relazioni familiari, riconoscere le proprie voci interne, e ritrovare uno spazio di dialogo con i figli.
Richiedi un primo incontro gratuito
